Il 7 settembre 2026 Valentina Perniciaro, fondatrice e portavoce di Tetrabondi, è intervenuta a Unomattina, su Rai 1, dopo l’uccisione di Bianca, una bambina di cinque anni con disabilità, da parte dei genitori, che si sono poi tolti la vita.
Una vicenda che impone di parlare della solitudine dei caregiver e dell’assenza di sostegni adeguati, senza però perdere di vista il punto essenziale: Bianca era una bambina, una cittadina e una persona titolare di diritti.
Quando l’assistenza diventa una battaglia quotidiana
Durante l’intervento Valentina ha raccontato anche la propria esperienza con suo figlio Sirio: la diagnosi, la riabilitazione e il lungo percorso necessario per ottenere un’assistenza domiciliare costruita sui bisogni reali della persona.
Per molte famiglie ogni ora di assistenza diventa una conquista da difendere. Anche perdere mezz’ora può significare dover riorganizzare completamente la vita quotidiana. La burocrazia, la rigidità dei servizi e la mancanza di risposte personalizzate producono un isolamento che non dovrebbe essere considerato inevitabile.
La disabilità non condanna le famiglie alla solitudine. A farlo, troppo spesso, è un sistema che arriva tardi, offre soluzioni insufficienti o lascia sulle spalle di una sola persona tutta la responsabilità della cura.
Bianca non può diventare un dettaglio
Nel racconto pubblico di casi come questo si parla spesso della disperazione dei genitori e della fatica dei caregiver. Sono temi reali e urgenti, ma non possono trasformarsi in una giustificazione né cancellare la persona con disabilità.
Come ha ricordato Valentina, il fatto centrale resta uno: Bianca è stata uccisa.
Aveva diritto a una vita attiva, alle relazioni, alla protezione e a un futuro. Riconoscerlo non significa ignorare la sofferenza della sua famiglia, ma rifiutare l’idea che la vita di una persona con disabilità possa diventare sacrificabile quando chi se ne prende cura non riesce più a sostenere tutto da solo.
Costruire alternative prima dell’emergenza
Assistenza domiciliare personalizzata, co-affido, case famiglia, associazioni e realtà del Terzo settore possono costruire reti capaci di accompagnare le persone con disabilità e le loro famiglie prima che l’isolamento diventi totale.
Sostenere i caregiver e tutelare le persone con disabilità non sono due obiettivi in contrasto. Sono parti della stessa responsabilità collettiva.
Servono servizi accessibili, continui e costruiti sulle singole persone. Serve il diritto di chiedere aiuto senza essere giudicati. E serve uno sguardo pubblico capace di riconoscere le persone con disabilità come protagoniste della propria vita, non soltanto come un peso da assistere.
Nessuna famiglia dovrebbe essere lasciata sola. Nessuna persona dovrebbe essere privata del proprio diritto alla vita e al futuro.
Guarda l’intervento completo di Valentina Perniciaro a Unomattina.
