Habiby è una parola araba che significa “mio amato” ed è utilizzata come termine affettuoso tra persone e nel linguaggio quotidiano, trasmette un senso di calore e connessione . Una connessione con la lotta palestinese che con questa opera vorremmo tenere viva. Una connessione che ci ha insegnato tanto, che continua a farlo e dalla quale abbiamo tanto da imparare. Da anni raccontiamo per ricordare provando a farlo non come esercizio stilistico o retorico, ma perché pensiamo che farlo debba servire ad agire in un certa direzione. A creare connessioni. In questo caso la direzione e la connessione con la lotta di liberazione di tutto il popolo palestinese dall’occupazione israeliana che va avanti da più di 75 anni. L’opera è composta da due album realizzati ad anelli realizzati a mano e con carta Fabriano, uno di colore bianco e uno nero. Quello bianco è foderato dalle aree marginali da una kufiya proveniente da Gaza, quello nero invece nella parte centrale. All’interno per ogni pagina ci sono delle fotografie realizzate a Gaza dal 2014 al 2022. Attraverso questi album proviamo a raccontare quello che era per continuare a voler guardare quello che sarà. Dedichiamo questo lavoro a Mohamed, Soso e la sua famiglia, a Jumana, Sara e Amal, a tutte le amiche e gli amici conosciuti in questi anni e che ora lottano e il diritto di esistere e di vivere in pace.